Integrity Monitor analizza oltre 2.200 dichiarazioni ambientali nei principali mercati europei
Milano, 25 settembre 2026 – La comunicazione ambientale delle grandi imprese europee arriva all'appuntamento con le nuove norme anti-greenwashing con un livello di esposizione significativo. Su 2.233 claim ambientali proposti dalle maggiori società quotate in Italia, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito, 2.179, pari a circa il 98%, presentano almeno un elemento di criticità secondo lo screening condotto da Integrity Monitor, società milanese di intelligence, gestione dati e analisi del rischio, tramite il proprio Reputation Index.
L'analisi non stabilisce che questi claim costituiscano violazioni di legge. Misura invece il loro grado di esposizione al rischio, sottoponendoli a uno stress test costruito sui criteri introdotti dalla Direttiva (UE) 2024/825: disponibilità di elementi a supporto del claim, chiarezza della formulazione e del suo perimetro, trasparenza delle comparazioni e verificabilità delle affermazioni ambientali. È la stessa metodologia dei report, che distingue espressamente tra claim vietati per se, indicatori di potenziale ingannevolezza e valutazioni basate sulle evidenze disponibili.
Il tema diventa particolarmente rilevante a partire dal 27 settembre 2026, data dalla quale gli Stati membri dovranno applicare le disposizioni adottate per recepire la Direttiva 2024/825, che rafforza la tutela dei consumatori contro le pratiche commerciali sleali legate alla transizione verde. (Eur-Lex)
Un rischio diffuso nei principali mercati europei
Lo studio prende in esame le prime dieci società quotate per capitalizzazione in ciascuno dei cinque mercati considerati, analizzandone i claim pubblicati nelle pagine corporate dedicate alla sostenibilità.
I risultati mostrano una notevole omogeneità tra i quattro Paesi UE. Il risk score medio, su una scala da 0 a 100 in cui un valore maggiore indica un rischio maggiore, è pari a 53,6 in Spagna, 53,0 in Italia, 53,0 in Germania e 52,4 in Francia. Il Regno Unito, utilizzato come benchmark europeo pur non essendo soggetto al recepimento della direttiva UE, registra 53,9.
Ancora più significativo è il dato relativo ai singoli claim: 2.046 dei 2.233 esaminati, circa il 92%, attivano almeno un indicatore di potenziale ingannevolezza previsto dal modello. In 304 casi, inoltre, lo screening non ha trovato nelle pagine aziendali analizzate elementi sufficienti a supportare pienamente l'affermazione; cinque claim risultano in contrasto con evidenze esterne secondo la valutazione del modello e quattro attivano una categoria classificata come violazione per se. Queste categorie non sono equivalenti tra loro e non devono essere interpretate come altrettante violazioni accertate.
Il problema principale: non basta dire “green”, bisogna poterlo dimostrare
Dall'analisi emerge soprattutto un problema trasversale: la distanza tra ciò che un'impresa comunica e la facilità con cui il consumatore può verificare su quali elementi quella comunicazione si fonda.
In tutti e cinque i mercati, infatti, la criticità dominante è la mancata disponibilità di una documentazione accessibile a supporto del claim (substantiation not accessible). Seguono formulazioni ambientali poco chiare o ambigue, mancata delimitazione del perimetro cui si riferisce l'affermazione, comparazioni prive di una metodologia sufficientemente esplicitata e, in alcuni casi, dichiarazioni sulle future performance ambientali non adeguatamente supportate.
Il punto, quindi, non riguarda soltanto le affermazioni ambientali manifestamente scorrette. Con il nuovo quadro normativo, anche claim potenzialmente fondati possono generare un'esposizione se la prova che li sostiene non è facilmente accessibile, il loro significato è ambiguo o non viene indicato con sufficiente precisione a quale prodotto, attività o perimetro si riferiscano.
Per le imprese questo trasforma progressivamente la sostenibilità da tema prevalentemente reputazionale a questione che coinvolge contemporaneamente compliance, marketing, comunicazione e gestione del rischio.
Reputation Index: misurare il rischio prima che diventi un problema
Integrity Monitor sviluppa una piattaforma di intelligence basata su fonti pubbliche e professionali per la valutazione dell'integrità di imprese e filiere. All'interno della piattaforma, Reputation Index consente, tra le altre funzioni, di sottoporre i claim ambientali e sociali a uno screening rispetto ai criteri introdotti dalla Direttiva (UE) 2024/825, verificando sia la presenza di specifici indicatori normativi sia il livello di supporto documentale disponibile. Il sistema attribuisce un indice di rischio da 0 a 100 e applica un principio prudenziale: quando le evidenze non sono sufficienti per effettuare una valutazione, il claim viene escluso dal punteggio anziché essere penalizzato.